Care lettrici e cari lettori,
ben trovati: speriamo che abbiate concluso questa settimana con la grazia sghemba di chi, aprendo il frigo a fine giornata per cercare una risposta metafisica, ha trovato almeno un’oliva decente e una mezza idea sul futuro.
Questa volta Piano B gira attorno a una domanda che sembra da convegno e invece è tremendamente concreta: come si costruisce un’esperienza che resti addosso? Ci passiamo attraverso con Firenze trasformata in laboratorio temporaneo del possibile grazie al Bright Festival, con due tra le cose migliori apparse su The Bunker negli ultimi giorni — una sull’IA che fabbrica desideri politici, una sulla techno che si fa linguaggio urbano — e con un videogioco indipendente che riesce nell’impresa non banale di rendere poetico perfino il rumore di una strada provinciale. In fondo, tutta questa newsletter parla della stessa cosa: dei dispositivi, culturali e sentimentali, con cui una società prova ancora a sorprendersi senza diventare stupida.
The Bunker al Bright Festival 2026
A partire da ieri Firenze è tornata a fare una cosa molto rara e per questo preziosa: mettere nello stesso spazio persone che di solito abitano lessici diversi. Bright Festival 2026 si distende tra Stazione Leopolda, The Social Hub e Innovation Center di Fondazione CR Firenze, e tiene insieme arte digitale, cultura immersiva, musica, formazione e innovazione professionale con una naturalezza che, a guardarla bene, è già una forma di progetto culturale.
La giornata di venerdì 17, quella di Bright Pro, ha già mostrato il festival nella sua versione più nitida: non una passerella di panel, ma un ambiente dove le conversazioni sembrano finalmente avere una temperatura utile. Il tema scelto — Experience Design: The Future of Audience Engagement — non è un’etichetta da brochure, ma una domanda seria travestita da formula: che cosa rende memorabile un’esperienza oggi? Una mostra, un live, uno spazio retail, un ambiente immersivo: tutto sembra chiedere non soltanto attenzione, ma partecipazione, una forma di presenza più densa del semplice “esserci”.
Vi ricordiamo anche anche quest’anno siamo media partner dell’evento, e che per la mostra (che inizierà oggi alle 15), i lettori di The Bunker hanno a disposizione un codice sconto per i biglietti: THEBUNKER26.
Menù della settimana
🅑 Il Meglio di The Bunker - Un reel su una soldatessa trumpiana mai esistita e un articolo sulla techno come strumento di immaginario politico.
🎮 Il videogioco del mese - Keep Driving: un romanzo di formazione a benzina, con il parabrezza al posto del destino.
✍️ L’editoriale di Piano B - Perché festival come Bright contano più di quanto sembri: non decorano il presente, lo addestrano.

Le soldatesse pro Trump che non esistono
di Leonardo Bianchi
Una pin-up patriottica che non esiste, eppure convince, seduce, monetizza. Leonardo Bianchi quello che sembra folklore digitale e invece tocca un nervo scoperto: quando l’IA fabbrica identità, non produce solo immagini ma obbedienze.
Silvia Salis, Charlotte de Witte e il potere della techno
di Pierluigi Fantozzi
Una foto, una piazza, ventimila corpi in sincrono: Pierluigi Fantozzi legge Charlotte de Witte e Silvia Salis come un caso di semiotica urbana. Non il semplice racconto di un evento, ma la prova che la techno oggi sa parlare anche il linguaggio del potere.

Keep Driving
Certe volte l’indie game migliore del mese non è quello che ti fa salvare il mondo, ma quello che ti restituisce il privilegio quasi metafisico di avere un serbatoio mezzo pieno, una cartina spiegazzata e nessuna idea veramente adulta su dove stai andando. Keep Driving lavora esattamente lì: nello spazio magnificamente impreciso fra la giovinezza e la logistica.
Uscito il 6 febbraio 2025 e sviluppato dallo studio svedese YCJY Games, Keep Driving è un road-trip management RPG in pixel art: autostoppisti, lavori occasionali, riparazioni, deviazioni, più finali e un sistema di “combattimento” a turni in cui affronti gli imprevisti della strada usando abilità, oggetti e quel che trovi, letteralmente, nel cruscotto. Su Steam viaggia con recensioni “Molto positive”.
La cosa notevole è che il gioco non confonde mai la lentezza con l’inerzia. Anzi: ne fa una grammatica. Ogni tratto di strada sembra dirti che vivere non coincide necessariamente con il produrre, l’ottimizzare, il vincere; talvolta coincide con il decidere se raccogliere un autostoppista improbabile, spendere gli ultimi soldi in benzina o seguire una deviazione soltanto perché il nome del posto, sulla mappa, ti fa simpatia. È un videogioco che capisce una cosa semplice e quasi rivoluzionaria: il viaggio non è la sospensione della trama, è la trama.
Visivamente ha la malinconia buona dei primi Duemila, quella dei CD masterizzati male e delle estati che sembravano sempre leggermente più lunghe del necessario. La scrittura è economica ma precisa, e i personaggi che salgono in macchina con te hanno quel tipo di umanità laterale che i giochi più furbi inseguono invano per decine di ore. Qualche meccanica, ogni tanto, insiste un po’ troppo su se stessa; ma è una ripetizione da strada vera, non da design pigro: il gioco capisce che anche la monotonia può essere narrativa, se le si dà il ritmo giusto.
Anche la critica lo ha accolto molto bene, sottolineandone atmosfera, originalità e forza evocativa.
Voto: 8,7/10
L’editoriale di Piano B
Perché abbiamo ancora bisogno di luoghi che ci insegnino a guardare
di Niccolò Carradori
Ci sono parole che a una prima lettura sembrano nate per essere maltrattate dai powerpoint. “Experience design”, per esempio, rischia facilmente di suonare come una di quelle formule da hotel congressuale in cui tutto è lucido, climatizzato e già mezzo dimenticato prima ancora di accadere. Eppure, se le si concede il lusso di qualche secondo in più — che oggi è forse la forma più concreta di generosità intellettuale — dentro quella formula si apre una questione enorme: come si costruisce qualcosa che non venga soltanto visto, ma vissuto, ricordato, portato via.
Bright Festival 2026, da questo punto di vista, è interessante proprio perché prova a togliere la domanda dalle mani del marketing e a restituirla alla cultura. Non nel senso candido e vagamente parrocchiale del termine, ma nel senso più vivo: la cultura come tecnologia dell’attenzione, come architettura della presenza, come modo di organizzare il nostro stare insieme in uno spazio e uscirne leggermente diversi. Dal 17 al 19 aprile Firenze diventa, almeno per tre giorni, una città che non si limita a ospitare contenuti ma interroga i contenitori, cioè i luoghi, i linguaggi, gli strumenti e perfino le aspettative con cui oggi entriamo in relazione con un’opera, un suono, un ambiente, un evento.
La giornata di Bright Pro, venerdì 17 aprile, ha già dato una dimostrazione molto concreta di questa ambizione. Vedere nello stesso quadro figure che arrivano da Ars Electronica, MEET Digital Culture Center, BVLGARI, Balloon Museum, FUSE*, Epson, Teatro Tones, Bright! Studios, con la regia intellettuale di Serena Tabacchi, significa assistere non a una somma di competenze, ma a un piccolo esperimento di ecologia culturale. E cioè: che cosa succede quando il museo incontra il brand senza diventare réclame, quando la tecnologia incontra la scena senza ridursi a effetto speciale, quando l’innovazione smette di chiedere ammirazione e comincia a chiedere responsabilità formale? Sono domande bellissime, fra l’altro, perché non hanno la brutalità della risposta pronta. Hanno invece l’eleganza, tutta produttiva, della ricerca.
Il punto forse è questo: festival come Bright contano perché non distribuiscono soltanto eventi, ma allenano dei pubblici. E “allenare un pubblico” non significa educarlo dall’alto, come se da una parte ci fossero gli iniziati e dall’altra una folla da redimere con il linguaggio giusto. Significa piuttosto creare le condizioni perché persone diverse — curatori, artisti, progettisti, tecnici, studenti, addetti ai lavori, curiosi veri — si espongano alla stessa domanda da angolazioni differenti. È un esercizio democratico molto più profondo di quanto sembri. Perché una comunità non nasce quando tutti capiscono la stessa cosa; nasce quando imparano a sostare, insieme, attorno a qualcosa che vale la pena capire.
In questo senso Bright è anche una buona notizia sul presente, il che non è poco. Viviamo in un’epoca che consuma immagini come se fossero noccioline in treno: una dietro l’altra, con una velocità che abolisce quasi del tutto la possibilità del sedimento. L’esperienza, oggi, è spesso ridotta a prova fotografica del proprio passaggio: sono stato lì, guarda, esisto abbastanza da averlo postato. Eventi come Bright, invece, ricordano che un’esperienza ben progettata non è quella che ti dà più cose da riprendere, ma quella che modifica il modo in cui abiti uno spazio e il tempo che gli dedichi. Vale per una mostra, per un workshop, per un panel, per una notte elettronica alla Leopolda con Stella Bossi, Undercatt e Weg: non è intrattenimento da una parte e pensiero dall’altra, ma una continuità. Il suono, la luce, il corpo del pubblico, la tecnica che regge tutto e il significato che ne emerge sono la stessa frase pronunciata con accenti diversi.
Ed è qui che il tema dell’audience engagement smette di sembrare una faccenda per specialisti e diventa una questione civile. Perché progettare il coinvolgimento non significa manipolare attenzione, come si potrebbe temere in una versione cinica della storia; significa assumersi la responsabilità della forma con cui chiediamo agli altri di partecipare. C’è una differenza enorme tra catturare lo sguardo e meritarselo. Bright, nella sua traiettoria, sembra voler stare da questa seconda parte: non fare rumore per sembrare rilevante, ma diventare rilevante costruendo contesti in cui il rumore si ordina in esperienza.
Mi colpisce anche il fatto che tutto questo avvenga a Firenze, città che spesso viene immaginata come un museo a cielo aperto e che invece, proprio quando smette di considerarsi un monumento e torna a pensarsi come organismo vivo, produce le sue cose migliori. Un festival così dice che la tradizione non è un mobile antico da spolverare con devozione, ma un sistema operativo da aggiornare senza isteria. Non si tratta di opporre il nuovo al vecchio — che è il modo più noioso possibile di parlare di innovazione — ma di capire come la storia di una città possa ospitare linguaggi che non chiedono permesso per esistere e, proprio per questo, la rendono più contemporanea.
Per questo Bright ha senso non solo per chi ci va, ma anche per chi osserva da fuori il tipo di energia che mette in circolo. È il genere di appuntamento che produce una ricaduta sottile ma decisiva: rende pensabile qualcosa che prima, magari, appariva soltanto specialistico o remoto. Fa venire voglia di capire meglio. E in tempi in cui la curiosità viene spesso trattata come una distrazione minore, far venire voglia di capire meglio è già un atto quasi politico.
Vale allora la pena dirlo con semplicità, senza rovinare la frase con troppa enfasi: abbiamo bisogno di luoghi così. Di piattaforme che non separino l’arte dalla tecnica, la formazione dalla meraviglia, il professionismo dalla possibilità ancora infantile — e dunque serissima — di restare stupiti. Abbiamo bisogno di contesti in cui la cultura torni a essere non un ornamento di lusso, ma una prova generale del futuro. E se c’è anche un modo concreto per entrarci, tanto meglio: per la mostra, i lettori di The Bunker possono usare il codice THEBUNKER26.
Perché alla fine la domanda non è se eventi come Bright siano “utili”, parola che in certi contesti suona come un cacciavite usato per mangiare la minestra. La domanda vera è un’altra: che tipo di società vogliamo diventare, se non frequentiamo più luoghi in cui imparare insieme cosa può ancora sorprenderci? Ecco. Bright, nel suo piccolo ma non troppo, prova a rispondere così: progettando le condizioni dello stupore, e trattandolo non come un lusso infantile, ma come una competenza adulta.
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