Ciao! Questa è ARE WE HUMAN or are we prompters? la newsletter che ti aiuta a capire il vero impatto dell’AI e delle nuove tecnologie digitali sulla società, tirando un po’ le fila di cosa è successo nel mondo tech nell’ultimo mese.
Questa newsletter segna la mia collaborazione con The Bunker Magazine, la rivista digitale che indaga e racconta l’innovazione attraverso cultura e pensiero critico. Sono contentissimo di farla partire perché questo magazine ed io condividiamo un interesse per il digitale critico e curioso, e la voglia di porci domande insieme.
Ma chi sono io? Martino Wong, in arte @oradecima. Sui miei profili social mi occupo di raccontare l’impatto dell’AI e delle tecnologie digitali sull’attualità. Ho anche un sito, oradecima.com, nel caso voleste darci un’occhiata. Se non ci conosciamo ancora, impareremo a farlo!
Per quello che dicevamo prima, non sarà una listona di notizie assortite casualmente, ma cercheremo di tracciare delle linee per navigare la realtà insieme. Per ogni uscita vi raccontiamo notizie, ve ne spieghiamo il contesto, e cerchiamo di trarne insieme delle conclusioni.
Prima di iniziare, sappiate che scrollando fino in fondo a questa newsletter troverete me che parlo, in una sorta di messaggio vocale che vi ho registrato per recap.
Se non avete il tempo di leggermi, almeno potete ascoltarmi!
Il tema che ci accompagna per questa nuova lettera sono le nascite e i travagli annessi e connessi. But first...
Il mondo tech è pieno di speranze fantascientifiche per il futuro, ma è anche pieno di idee così bislacche che non sai se siano vere o ti prendono in giro.
Allora vi propongo questo: vi do due notizie diverse e provate a indovinare qual è reale e quale mi sono inventato. Ci state?
Lo sviluppatore di un’app per l'analisi delle feci ha provato a vendere online i dati, raccolti negli anni, sulle feci dei suoi utenti.
Un uomo ha provato a navigare un fiume usando il proprio Tesla Cybertruck, che ha la modalità "guado", ma l'auto è affondata.
Saranno vere o false? (La soluzione la trovate nel recappino vocale in fondo)
Pochi giorni fa è avvenuto il Google I/O, il più grande evento annuale di Google in cui l’azienda presenta le sue imminenti novità. Quest’anno l’evento è stato notevole, ma anche prevedibile, proprio come un parto.
Dopo 25 anni, l’indiscutibilmente famosa barra di ricerca di Google muta forma, e andando su google.com troveremo una nuova barra che utilizza ✨l’IA✨: l’autocompletamento della ricerca userà Gemini per suggerimenti più intelligenti, e in generale la modalità di ricerca con IA sarà più integrata.
Trovo sia estremamente interessante il fatto che questo cambiamento sia stato, diciamocelo, piuttosto prevedibile in una progressione di eventi piuttosto naturale.
Prima c’è stata l’introduzione delle “AI overviews”, quel piccolo trafiletto generato con Gemini che si trova in cima ai risultati di ricerca. Nel momento del lancio, questa funzione aveva creato una serie di risultati ridicoli, in cui ad esempio l’AI Overview suggeriva di mangiare un sasso al giorno o di aggiungere della colla nella pizza per far attaccare meglio la mozzarella, come raccontavo ai tempi in un reel.
Poi c’è stata l’introduzione dell’AI Mode, in cui Google risponde in una chat linkandoti dei risultati, in modo simile a Perplexity (che aveva reso popolare questa modalità di ricerca).
La nuova trovata non è altro che lo step successivo, con il quale Google vuole riconfermare e consolidare di nuovo la sua posizione dominante sull’internet.
Sembra passata un’eternità da quando nel 2023 il rivale Bing integrò per primo l’intelligenza artificiale nel suo motore di ricerca. Il CEO di Microsoft Satya Nadella, ai tempi, dichiarò compiaciuto di essere finalmente riuscito a “far danzare Google”, e per un breve periodo tra gli utenti di Bing non ci furono solo quelle persone che non riuscivano a cambiare il motore di ricerca predefinito di Microsoft Edge. C’erano invece anche utenti che coscientemente sceglievano di usare Bing al posto di Google perché aveva l’IA. In che mondo vivevamo!
Un discorso simile si può fare per ChatGPT stessa e la sua ascesa incredibilmente rapida. Per chi non lo sapesse, in realtà il meccanismo alla base degli LLM e dunque di ChatGPT è quello dell’architettura transformer, che era stata introdotta proprio da Google nel 2017 evitando però di farne un prodotto commerciale.
OpenAI, al contrario, ha scelto di fare una scommessa che si è rivelata poi estremamente vincente: capitanati dall’intuizione del cofounder Ilya Sutskever, l’azienda ha deciso di puntare sullo scaling delle reti neurali e in particolare di usare proprio quell’architettura transformer di cui sopra. Ma nella pratica, che vor di’?
L’idea è relativamente semplice: la scommessa è che aumentando enormemente la quantità di dati e la dimensione dei modelli IA si sarebbe arrivati a un sistema potente. Questa scommessa, compreso il successo di ChatGPT, ha guidato questi ultimi anni di ingenti investimenti sull’intelligenza artificiale. Siccome sta più o meno continuando a funzionare, si continua a investire nella potenza per ottenere modelli IA sempre più “intelligenti”; è una scommessa che dà una certa sicurezza, perché il risultato ormai lo conosciamo, e quindi un investitore può stare relativamente tranquillo. Ci sono però alcuni inghippi a riguardo. Vediamone due.
Il primo è che se è tutta una questione di scaling vuol dire che è alla fine dei conti tutto ruota intorno a quanti soldi puoi investire nel costruire datacenter. Questo vuol dire, per tornare su Google, OpenAI e Microsoft, che il vantaggio di arrivare per primi con un modello IA (ChatGPT) o con un’applicazione (ricerca con IA su Bing) finirà con il perdere con chi arriva dopo ma può spendere di più.
Con i chatbot lo vediamo chiaramente: Google è partita rincorrendo OpenAI con Bard, che è stato un disastro, e invece poi con Gemini sta crescendo tantissimo. Consideriamo però anche che Google come azienda ha una piattaforma di distribuzione infinita: Google Search, Gmail, Google Drive, Google Docs, YouTube, i telefoni Android, sono tutti mezzi che possono essere usati a costo zero per diffondere i propri prodotti.
Nel corso del Google I/O, il CEO Sundar Pichai ha mostrato che gli utenti attivi mensili di Gemini sono oltre 900 milioni; l’ultimo dato ufficiale che abbiamo su ChatGPT è di 800 milioni di utenti attivi ma alla settimana, quindi non possiamo confrontarli direttamente, ma abbiamo ragione di credere che ChatGPT sia ancora molto più popolare di Gemini.

Non voglio mettermi a fare previsioni su chi vincerà; mi limito semplicemente a osservare che la dimensione enorme di Google permette di default all’azienda di risalire la china in un modo in cui nessun’altra potrebbe. D’altronde negli Stati Uniti è stata condannata in quanto monopolio di ricerca web, e per quanto Bing abbia provato a danzare, non c’è proprio stata gara.
Ed eccoci al secondo inghippo, quello che Nilay Patel di The Verge chiama “Google Zero”. Nei decenni passati, il ruolo di Google era quello di fare da intermediario tra gli utenti e i siti web che custodivano le informazioni che gli utenti cercavano. Con l’avvento dei chatbot però, questa operazione si è indebolita enormemente, per una ragione molto semplice: l’utente dal chatbot ottiene già l’informazione che gli serve. Potremmo dire che un utente saggio in teoria controlla sempre la fonte, essendo consapevole che il chatbot può riportare informazioni errate, ma se ci guardiamo in faccia ci rendiamo conto che nella maggior parte dei casi non è così.
Ma se l’utente invece di aprire il sito legge solo la risposta del chatbot si rompe quel rapporto alla base dei motori di ricerca: chi fa il sito lo rende accessibile al motore di ricerca, e il motore di ricerca porta le persone al sito. Una volta sul sito si può stabilire un rapporto con l’utente e ottenere un beneficio, che può essere quello di vendere qualcosa o di guadagnare con le pubblicità che l’utente vede sul sito.
Questo, ripeto, è stata una parte fondamentale del business di un qualsiasi sito web per questi ultimi decenni. La provocazione di Patel è che nel momento in cui l’utente nel sito non ci va più, chi ha scritto quelle informazioni non ottiene più nessun beneficio, nessun guadagno. Il guadagno rimane solo a Google: Google Zero è da intendersi come dire che google finirà per portare zero visitatori sui siti, che però sono gli stessi siti i cui testi alimentano i chatbot di Google.
Questo è un nodo centrale per la nascita del mondo nuovo. Di fatto, è un’altra declinazione della domanda fondamentale sull’impatto dell’IA nella società: decidere chi ne beneficia.
Per chiudere questo argomento, penso valga anche la pena dire che c’è un motivo pratico ulteriore per cui i chatbot sono così comodi per gli utenti rispetto a una ricerca Google: un chatbot, ad ora, elude tutte le pubblicità e le scocciature che tantissimi siti web hanno al giorno d’oggi. Aggira anche le pubblicità che ci sono nelle ricerche Google e aggira il progressivo degrado della qualità delle ricerche su Google che si è creato negli anni. È un eterno ritorno dell’uguale di enshittification ricorsive, in cui un servizio peggiora una volta diventato popolare, fino a venire rimpiazzato da un servizio che almeno inizialmente è migliore, finché non vuole guadagnare di più. In questo caso però, a entrambe le estremità di questo ouroboro possiamo trovare Google.
La prossima nascita di cui parliamo è invece in programma tra un mesetto: è l’IPO (Initizial Public Offering) di SpaceX, l’azienda di Elon Musk, che entrerà ufficialmente nella borsa statunitense. È un’operazione monumentale: si parla di una valutazione d’entrata di quasi duemila miliardi di dollari (2 trilioni), che renderebbero questa la più grande IPO di sempre, superando di gran lunga addirittura quella dell’azienda petrolifera saudita Saudi Aramco nel 2019 (valutazione iniziale 1,7-2 trilioni di dollari). Ma siccome qui non siamo su una rivista finanziaria, parliamone in prospettiva più ampia.
SpaceX è di fatto il primo vero successo commerciale di Elon Musk. L’aveva fondata usando i soldi guadagnati vendendo PayPal (a eBay), che aveva a sua volta ottenuto dall’unione tra PayPal e X.com (da non confondere con l’odierno X.com, ex-twitter). X.com l’aveva invece fondata grazie ai ricavi della vendita di Zip2, che per dirla in breve era una sorta di servizio di Pagine Gialle online. Questa è in due righe la storia degli investimenti di Musk.
Dalla sua nascita ormai 24 anni fa, nel 2002, SpaceX ha ottenuto dei traguardi realmente impressionanti: anche un accanito detrattore di Musk come me deve riconoscere che i booster Falcon 9 riutilizzabili – ovvero il fatto che la parte più costosa del razzo, dopo il lancio, anziché disintegrarsi torna a terra per essere riusata in missioni successive – sono un’invenzione meritevole, che fa effettivamente risparmiare non poco in termini di soldi e tempo sull’esplorazione spaziale.
Poi abbiamo Starlink, il progetto di Musk che ha in orbita ormai più di 10mila satelliti che forniscono internet ai posti remoti del mondo con una qualità di connessione più che soddisfacente. Non posso però fare a meno di ricordare che le costellazioni satellitari di Starlink sono invece molto sgradite agli astronomi (visto che ostacolano non poco l’osservazione del cielo). E Starlink comunque ha un costo simile a quello dei normali operatori. Per fare un confronto alla buona, se guardo gli operatori principali in Italia il loro costo internet a casa è tra i 25 e i 30 euro al mese, mentre Starlink costa tra i 35€ e i 65€. È conveniente per la maggior parte degli utenti urbani? Assolutamente no, ma ci sono diverse situazioni in cui è effettivamente un’ottima opzione, e come dicono Quinn Slobodian e Ben Tarnoff, autori di Muskismo. Una guida per perplessi, questo è un mercato che SpaceX di Musk ha sostanzialmente creato dal nulla.
Per queste ragioni, SpaceX è un’azienda effettivamente di valore ed estremamente interessante per gli investitori. Ci tengo a fare questa riflessione, perché ho recentemente riformulato la mia opinione su Musk, in particolare sentendo parlare il sopracitato Slobodian, ma anche per le puntate sulla biografia di Musk di If Books Could Kill, uno dei miei podcast preferiti, che ha recentemente analizzato la biografia di Musk scritta da Walter Isaacson.
Mentre per un periodo ho considerato il buon vecchio Elon semplicemente un idiota senza meriti che per una serie di fortunate circostanze e per una certa fame di potere era arrivato a essere l’uomo più ricco del pianeta, mi sono progressivamente reso conto che in realtà ci sono dei meriti effettivi che è doveroso attribuirgli, tra cui alcune buone intuizioni su come capire dove puntare e dove investire. Questo è forse un po’ più difficile da digerire, perché è faticoso accettare i meriti di un personaggio così tanto problematico come Musk. Se però questi meriti non riusciamo a darglieli, penso ci diventi impossibile vincerlo, perché non potremmo riuscire a capire su cosa ha effettivamente presa. Reminder: know your enemy.
Ecco, in questo contesto di estrema desiderabilità di SpaceX sul piano finanziario, Musk sta provando a inserire una serie di bizzarre condizioni per i suoi futuri investitori. Uno dei vantaggi di potere che ha acquisito è quello di trattare tutte le sue aziende come pedine da muovere a piacimento: SpaceX gestisce Starlink, ma qualche mese fa ha anche comprato xAI, l’azienda IA che a sua volta controlla x.com, l’ex Twitter. E allora ecco che nei documenti preliminari dell’IPO di SpaceX compaiono delle informazioni un po’ strane. Nei due anni passati SpaceX ha ovviamente fatto grandi acquisti da Tesla: batterie a iosa, ma anche più di 130 milioni di dollari spesi per comprare almeno 1300 Cybertruck. E poi ancora, se SpaceX riuscirà a stabilire una colonia umana permanente con 1 milione di abitanti su Marte, Musk riceverà 1 miliardo di azioni SpaceX. I documenti riportano anche che l’azienda è sotto indagine e coinvolta in varie cause, per via di Grok, il chatbot di xAI (che è proprietà di SpaceX) e le immagini sessuali non consensuali che genera.
Il punto a cui voglio arrivare, per concludere, è che se da una parte questo gioco ricorsivo è pieno di elementi insensati, il trucco pare stia proprio nel legare insieme i problemi (Grok, il cybertruck) e gli asset che hanno un valore reale per gli investitori (SpaceX, Starlink). È un travaglio che si basa su equilibri fragili, nella cui confusione, però, rischiamo di soccombere. Staremo a vedere cosa succederà il mese prossimo, quando Musk potrebbe concretamente diventare il primo bilionario, o in inglese trillionaire della storia dell’uomo – o in numeri, un uomo con un patrimonio di oltre mille miliardi di dollari. Una quantità di potere che nessuno ha mai avuto prima e che di sicuro una persona sola non dovrebbe avere mai.
Veltroni e Dawkins abbindolati dai chatbot
Avrete forse letto o sentito parlare dell'intervista di Walter Veltroni a Claude sul Corriere, in cui Veltroni fa una serie di domande relativamente banali al chatbot, prendendo per buone le risposte generate. Nella mia newsletter e con un reel ho analizzato l'intervista e le lacune che ci troviamo, ma non avevo scritto che anche il famosissimo biologo Richard Dawkins ha pubblicato una sua conversazione, sempre con Claude, che addirittura decide di chiamare Claudia, in cui si autoconvince che Claude sia effettivamente senziente. Il meccanismo è analogo a quello dell'intervista di Veltroni: l'errore che fanno entrambi è quello di fidarsi dell'interazione con la macchina, che è però un metodo estremamente fallace.
Per la prima volta un'intelligenza artificiale fa della nuova matematica (rilevante)
Pochi giorni fa OpenAI ha mostrato un primato genuinamente interessante: per la prima volta nella storia, un modello AI ha dato un contributo rilevante alla matematica. In particolare, ha confutato una congettura di geometria su un famoso problema di Paul Erdös. Non vale la pena addentrarci qui nei dettagli, ma trovavo fosse un tema di cui parlarvi un attimo. Ora, il risultato è certamente interessante, ma non è certo arrivato il momento in cui diciamo che l'IA sia in grado di fare quello che fa un matematico e farlo meglio: il contributo di questo modello interno di OpenAI è stata una combinazione di fattori favorevoli; quello che però potenzialmente potremmo vedere è un aumento di risorse: problemi matematici di cui gli studiosi non avevano il tempo di occuparsi potrebbero ricevere assist efficaci da parte dei sistemi IA, analogamente a quanto successe quando i computer entrarono nella matematica, permettendo calcoli e tempistiche che anche l’umano col QI più alto della storia non avrebbe mai potuto gestire. Siamo forse all'alba di tempi interessanti?
Il papa fa un’enciclica dedicata all’IA
Papa Leone XIV, che ha scelto questo nome proprio pensando al periodo storico in cui ci troviamo, ha pubblicato la sua prima enciclica. Magnifica Humanitas, questo il titolo, è dedicata ai tempi dell’intelligenza artificiale, in cui evidenzia il problema della concentrazione di potere nell’ambito tecnologico, e la non neutralità dello sviluppo dell’IA.
Di questa enciclica, ci sono 3 aspetti – più uno – che ho trovato molto interessanti:
il primo è l’excursus storico: oltre al collegamento con Leone XIII che aveva scritto dell’industrializzazione a fine Ottocento, mi riferisco al Laudato Sì di Papa Francesco che parlava della crisi climatica; perché in realtà già lì, 11 anni fa, si diceva in modo chiarissimo che la scienza e la tecnologia non sono neutrali.
il secondo è il rifiuto alla tendenza cieca all’ “ottimizzazione”: Papa Leone scrive esplicitamente che il PIL va superato come indicatore di benessere di un paese, perché è insufficiente e non tiene conto di certi impatti delle nostre attività.
il terzo è il rifiuto dell’inevitabilità: cioè che ci sia un percorso inevitabile per il futuro, al contrario di quanto sostengono alcuni, e infatti scrive che la scelta non è tra un sì o un no alla tecnologia, ma al come la costruiamo e secondo quali principi. Anche qui si ricollega ciò che dicevamo sui miti!
L’ultimo aspetto notevole è la presenza di Anthropic alla presentazione del testo.
È da un po’ che l’azienda cerca un dialogo con autorità religiose, e qui c’è sicuramente un tema: ricordiamoci che Anthropic si è rifiutata di stipulare il famoso contratto con il pentagono qualche mese fa, perché contrario all’etica aziendale. Però c’è da dire che, nonostante il grande rifiuto, non possiamo certo sostenere che Anthropic sia completamente fuori da certe dinamiche estrattiviste; basti pensare al fatto che dovrà pagare 1.5 miliardi di dollari ad autrici e autori di libri che ha piratato per addestrare i suoi chatbot. Al tempo stesso penso che aprire spazi di dialogo sia comunque positivo, anche proprio per confrontare interlocutori con visioni diverse!











